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Il Fisco e l'Enpals contro la vita musicale italiana
Forse non tutti sanno che oggi, in un momento in cui lo Stato dovrebbe più che mai favorire la produttività della vita musicale italiana, il Fisco e l’Enpals non fanno altro che ostacolarla. Più del 30% del cachet lordo di un concertista italiano viene, per precisa disposizione di legge, versato all’Enpals, ma senza alcuna garanzia che lo stesso musicista possa mai percepire una pensione. Per aver diritto alla pensione, infatti, bisogna aver effettuato un numero minimo di concerti che quasi nessun solista riesce mai a raggiungere. Per di più, un cittadino dell’Unione Europea (non italiano) che suona in Italia ha diritto a non assolvere agli obblighi previdenziali Enpals in Italia, grazie agli accordi europei, dotandosi preliminarmente del modulo esonerativo E101. A differenza invece di un solista italiano che, di fatto, non riesce ad ottenere tale modello, a causa di un groviglio burocratico tra Inps ed Enpals.
In pratica, i musicisti italiani, a parità di cachet netto percepito, costano sempre di più degli stranieri, sia in Italia che negli altri paesi europei. Non si capisce poi perché lo Stato abbia effettuato un taglio così drammatico del Fus (Fondo Unico dello Spettacolo) mentre, contestualmente, sia intervenuto per sostenere la vendita di automobili, motociclette ed elettrodomestici mediante vari incentivi, con plauso di tutti.
Gli enti concertistici, schiacciati da una insostenibile pressione fiscale e previdenziale, non sono favoriti neanche dalla tempistica dell’erogazione dei finanziamenti pubblici. È difficile programmare con serenità, quando l’entità degli stanziamenti è resa nota pochi mesi prima dell’inizio della stagione, se non, addirittura, a stagione inoltrata.
E capita spesso, in Italia, che i cachet dei musicisti vengano liquidati vari mesi (o anni) dopo il concerto, a causa del ritardo dell’erogazione di tali finanziamenti.
Ciò, di norma, non succede all’estero, dove gli enti pubblici versano i finanziamenti con congruo anticipo, incoraggiando al contempo l’investimento di sponsor privati attraverso un’adeguata defiscalizzazione. E dove i musicisti, pur pagando meno contributi previdenziali che in Italia, hanno diritto alla pensione e all’assistenza sanitaria in proporzione ai contributi versati, a prescindere dal numero di concerti effettuati.
In recente articolo sul Sole 24 Ore (10/11/2008), un fine conoscitore della materia (Giovanni Scoz) segnala che i musicisti professionisti sono soggetti, a parità di compenso lordo e netto, ad un carico contributivo di circa cinque volte superiore a quello previsto per gli avvocati, poiché il conteggio del carico previdenziale viene effettuato sul compenso lordo e non sul compenso netto (come per gli altri professionisti), utilizzando altresì un’aliquota previdenziale, sempre fissata dal legislatore, molto più onerosa. Per migliorare la situazione, con benefici per tutto il sistema musicale italiano, potrebbe essere una soluzione adeguare il sistema pensionistico dei lavoratori dello spettacolo a quello di molte altre casse previdenziali (avvocati, architetti, eccetera), oppure, meglio ancora, renderlo facoltativo. Anche perché, di fatto, se un concertista italiano vuole essere sicuro di avere una pensione, oggi è costretto comunque a stipulare un’assicurazione previdenziale privata!
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