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Note di copertina del CD "Chopin"

Ho registrato questo CD in un momento in cui percepivo una particolare energia. Ho così suonato la musica che sentivo a me più vicina: ed era la musica di Chopin. In questi brani Chopin ha riposto i pensieri, le confessioni e le inquietudini più profonde, secondo un ritmo narrativo sempre diverso, eppure unico ed inimitabile. Ognuno di essi racconta una magica verità, che vive nelle particolari armonie che nessun altro avrebbe saputo inventare, in un tono talmente elevato da non essere quasi mai riconducibile a situazioni concrete. Anche la scaletta del CD si attiene ad un criterio emozionale, evitando i tradizionali raggruppamenti per numero d'opera, per genere o per anno di composizione e seguendo invece un particolare percorso interiore.

La musica di Chopin è inscindibilmente connaturata alla natura timbrica del pianoforte, e non a caso molti pianisti trovano una particolare affinità con la sua scrittura. Uno degli aspetti che più mi affascinano risiede nell’incantata bellezza delle risonanze che Chopin sa trarre dallo strumento, grazie alla peculiare distribuzione delle voci tra le due mani e all’uso inconsueto e geniale del pedale. Tutto ciò è particolarmente evidente nel celeberrimo Nocturne op. 9 n. 2, specialmente quando la melodia trascolora in la bemolle minore (1.02 e 1.56), esprimendo un complesso melange di sentimenti diversi: disillusione, compiaciuta nostalgia di affetti perduti, malinconica contemplazione dei ricordi, non senza un barlume di speranza. Notevole anche la coda, che si chiude su una magica e distillata reiterazione dell’accordo di mi bemolle maggiore.

Da questo ipnotico tappeto armonico prendono vita i frizzanti arabeschi del celeberrimo “Minute-Valse” op. 64 n. 1. Nonostante l’estrema brevità, sono qui condensati numerosi atteggiamenti espressivi, dall’esilarata vaporosità delle scale iniziali (peraltro increspate da nostalgici cromatismi) alla cantabilità spiegata dell’episodio centrale.  

Il successivo – e complementare – Valse op. 64 n. 2 ha invece un carattere tranquillo e melanconico, con un tema dal tono triste ed accorato inframmezzato da frequenti sospiri e marcato dalle variegate appoggiature disegnate dalla melodia. La struttura è AB CB AB, in cui l’elemento B costituisce una sorta di commento in sestine discendenti, assumendo ad ogni ritorno una maggiore pregnanza nostalgica. Magica l'apparizione dell’elemento C in re bemolle maggiore (1'29): un’oasi di pace, naturalmente avvolta in un clima onirico che ben presto svanisce per lasciar posto alla più sconsolata realtà.

Il Lento in do diesis minore (indimenticabile refrain nel film Il Pianista) s’inscrive quasi senza soluzione di continuità nel clima del precedente Valse. Il celebre tema è accompagnato da un lento movimento di quartine alla mano sinistra, che di tanto in tanto assume una dignità melodica, quasi commentando sullo sfondo la melodia principale. La parte centrale in modo maggiore presenta (nella versione autografa, qui adottata) un’inusuale coesistenza di due tempi diversi: 3/4 alla mano destra e 4/4 alla mano sinistra, creando così un annebbiato senso di straniamento che anticipa le conquiste di autori come Scriabin e Debussy (1.29).

L’ultimo arpeggio (inaspettatamente in maggiore) del Lento ci introduce nell’irreale tranquillità del Prelude op. 28 n. 15 in re bemolle maggiore, basato su un ossessivo rintocco di la bemolle – pare sia stato ispirato dal costante gocciolare che ossessionava l’autore nel monastero di Valldemossa a Maiorca. È impressionante come Chopin riesca a dare a questa nota ripetuta (che scandisce senza interruzioni tutto il brano) caratteri molto diversi. L’iniziale pura serenità ben presto si offusca: il la bemolle diventa enarmonicamente sol diesis, acquisendo sembianze cupe e caricandosi di scuri presagi. Dopo due tetre esplosioni dinamiche nella parte centrale, una toccante transizione (3.21) riconduce all’iniziale incantata purezza, senza peraltro mai abbandonare il fatalistico rintocco.

L’esplosivo inizio dello Etude op. 10 n. 12 rappresenta pienamente il lato irruente e tragico della personalità di Chopin e risulta in questo contesto come una reazione al clima di nostalgica felicità con cui terminava il Preludio precedente: quasi un brusco risveglio, un ritorno alla cruda realtà dopo aver sognato una lontana, ineffabile bellezza perduta.

I due perentori accordi che sanciscono la fine dell’Etude sono seguiti dagli accordi ancor più fatalistici del Prelude op. 28 n. 20 in do minore. Si tratta di una marcia funebre dalla semplice struttura ABB, in cui la ripetizione in eco dell’elemento B (1.03: un pianissimo di estrema tensione e sofferenza, che sfocia nel drammatico crescendo finale) rappresenta il punto più geniale del brano.

Basterebbe già quell’inizio sospeso (ingannevolmente in do maggiore) per considerare la Ballade op. 52 un vero capolavoro: dieci sol ripetuti costituiscono la prima voce, che entra quasi in punta di piedi, come provenendo da un mondo irreale e lontano, e crescendo gradualmente. In coincidenza con il quarto sol, fa il suo ingresso una seconda voce nel registro tenorile che, contrariamente all’altra, dopo un esordio relativamente forte tende a diminuire. Si tratta di uno dei punti più complessi per l’interprete, che deve cercare di mantenere questa dicotomia, non solo dinamica, ma soprattutto emozionale, pur senza perdere di vista il fragile equilibrio del fraseggio complessivo. Ma tutto l’episodio iniziale, poi arricchito dalle entrate di altre voci, non è altro che un preambolo che introduce il tema principale in fa minore. Esso presenta una strana cantabilità, quasi claustrofoba: come se tentasse di espandersi senza riuscirci, essendo così costretto a ripiegare su se stesso. Il suddetto tema, alternato all’episodio seguente, dal carattere più sereno e sognante, subirà numerose elaborazioni, che peraltro accentueranno il senso di sofferenza e tormento. La liberazione sarà soltanto sognata o immaginata nei magici momenti di sospensione, come i cinque accordi che precedono la coda (9.56). Quest’ultima, apoteosi del dramma incombente fin dall'inizio del brano, pone una fine drastica, definitiva, senza appello. 

La prima frase del Nocturne op 62 n. 2, citando una metafora di Fou Ts’Ong, è un albero che, partendo dal tronco (ossia l’incipit della prima battuta), si espande nei suoi molteplici rami secondo un armonico disegno, vario ed unitario al contempo. La parte centrale è molto più concitata, quasi ansimante, e conduce al ritorno del tema iniziale. Dopo una prima ripresa in mi maggiore, questo subisce uno sbalzo armonico di un tono, scendendo, o, meglio, sublimando alla più velata e irreale tonalità di re maggiore (3.13) in un clima trasognato di grande bellezza.

Dopo l’astrazione contrappuntistica dei precedenti ascolti, la spiegata cantabilità del celeberrimo Etude op. 10 n. 3 assumerà un colore ancor più caldo e pregnante. Anche in questo caso la magia giunge nella ripresa del tema iniziale, e in particolare nell’ultimo crescendo (3.31), che io sento quasi al negativo, ossia come un climax interiore che non necessita di un vero aumento della dinamica.

Nelle opere mature di Chopin il concetto di contrappunto non è più limitato ad un’intellettuale sovrapposizione di linee: poiché ogni voce possiede una propria individualità, la polifonia diventa una commistione di situazioni emotive diverse, che coesistendo danno vita a risultati di grande intensità. Ne è un valido esempio anche la Mazurka op. 59 n. 1, in cui il rapido cangiare delle armonie determina un continuo alternarsi di vari stati d’animo. Particolarmente poetica è la transizione alla tonalità di la maggiore, che segna l’inizio della parte centrale del brano (1.01). Qui il tempo sembra fermarsi per un istante, per poi accumulare gradualmente una grande tensione fino al climax che precede la ripresa (2.01).  Suggestiva la coda, dove su un mi tenuto (3.28) risuonano nel vuoto i rintocchi dell'accordo di mi maggiore, prima che tutto fatalmente si esaurisca, senza indugio, nel silenzio.

L’incipit della Mazurka op. 59 n. 2 s’inserisce perfettamente in questo clima, per poi sviluppare una serie di chiasmi melodici e metrici, giocando arditamente con le armonie cromatiche e con le dissonanze derivate dalla sovrapposizione di voci contrastanti.

Torniamo in un’atmosfera cupa con il Nocturne op. 27 n. 1, in cui la melodia non ha le tipiche caratteristiche del “belcanto” chopiniano: è infatti un tema strisciante, che inizialmente si nasconde nell’alveo armonico dei lenti arpeggi della mano sinistra. Poi gradualmente la melodia si espande, fino alla dirompente parte centrale, in cui Chopin tocca vette dinamiche e di tensione emotiva tra le più esasperate della sua produzione. Dopo una cadenza in ottave nel registro grave, si ripiomba nello scuro tema iniziale, che però inaspettatamente sublimerà in una coda in modo maggiore, magicamente rasserenata.

Da qui prende naturalmente forma la bellissima melodia (questa tipicamente belliniana) del Nocturne op. 27 n. 2, di ampio respiro e ricca di sottili ombreggiature cromatiche. Dopo la prima enunciazione essa appare altre due volte, prima in pianissimo e poi in forte. Particolarmente ispirata è la coda (4.20), sorretta da un pedale di tonica che avvolge armonie diverse in una quiete immobile e sovrannaturale. 

Il Nocturne op. 15 n. 2  si apre con un inciso affermativo e concreto, tuttavia è intriso di una latente inquietudine che gradualmente tende a dissolversi in leggere volatine. La parte centrale presenta un’ardita poliritmia (cinque contro quattro), che fa iniziare l’episodio con un colore annebbiato e un andamento vacillante, per poi sviluppare un grande climax che porta alla ripresa.Questo percorso trova un’adeguata conclusione con il Nocturne op. 55 n. 2,  forse il più astratto e speculativo dei brani chopiniani. Un solitario si bemolle dà inizio ad una melodia di inusuale forma e lunghezza che assume molteplici tratti espressivi in base ai vari paesaggi armonici e alle sovrapposizioni con le altre voci (a volte poliritmiche e dissonanti, come nel climax a 2.20). I contenuti sono sublimati ad uno stadio metafisico, in una dimensione spirituale ormai al di sopra e al di là del mondo reale.


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