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Articolo su Roberto Prosseda.
di Angela Iantosca (rivista "Il Caffé", 10 giugno 2004)
Tutto intorno è silenzio. Improvvisamente emozioni e ricordi: sul palco una figura fa scorrere velocemente le sue mani sul pianoforte. Le note si diffondono e l’atmosfera si riempie di armonie, di suoni conosciuti ma sempre nuovi. Decine di occhi osservano nell’oscurità quel ragazzo così giovane e così abile. Ma la sua non è solo abilità tecnica, è consapevolezza, è maturità artistica, è desiderio di sperimentare e comunicare la sua interiorità, è anelito di perfezione. Lui è Roberto Prosseda, un giovane di Latina che da anni vive di musica e per la musica. “E’ stato mio padre – racconta Roberto – ad “iniziarmi”. A casa c’era un pianoforte e lui, insegnante d’inglese presso il Liceo Classico Dante Alighieri, sapeva “strimpellare” qualche pezzo”. Ma in casa Prosseda c’era anche un violino: “Io avevo solo 3 anni – continua – e poiché era troppo grande per me, papà aggiunse un puntale in modo che lo potessi suonare come un violoncello! Il mio sogno, comunque, era arrampicarmi sullo sgabello del pianoforte, spingere un tasto e produrre un suono: era più facile non fare delle “stecche” con il piano piuttosto che con un violino. Per questo allora scelsi di imparare questo strumento!”.
Era il 1982 quando cominciò a frequentare le prime lezioni private con la professoressa Giuliana Monforte. “Ma dopo due mesi, – continua Roberto – poiché doveva sposarsi, mi “abbandonò”: ci rimasi malissimo.”
Il vero inizio risale al 1984 quando, all’età di 9 anni, Roberto entra in Conservatorio. “Allora non ci si poteva iscrivere prima della licenza elementare, ma io tentai lo stesso, grazie all’incoraggiamento della professoressa Annamaria Cinto. Il maestro Massimo Marzi, dopo avermi ascoltato suonare per 2 minuti, mi portò dal maestro Caputo, l’allora direttore, che mi ammise come uditore. La mia insegnante era Annamaria Martinelli. Con il maestro Caputo, invece, ho seguito le lezioni di solfeggio: era una persona straordinaria capace di emozionarsi anche alla vista di un fiore. Mi è dispiaciuto davvero tanto quando è morto, avrei voluto avere il tempo di conoscerlo meglio. Frequentare il Conservatorio – continua Roberto – implicava impegno e forza di volontà, anche perché contemporaneamente mi ero iscritto al Classico. In effetti non ho tantissimi ricordi legati al liceo perché spesso ero assente: il pomeriggio, infatti, oltre a frequentare le lezioni di piano, seguivo Armonia e Storia della Musica, due materie necessarie alla formazione di un musicista. Per un certo periodo ho anche frequentato le lezioni di Composizione, assecondando una mia antica passione: infatti avevo solo 3 anni quando ho “inventato” il mio primo brano musicale, proprio per gioco. Ma all’età di 14 anni, quando ho studiato le tecniche e la storia della composizione, mi sono reso conto che tutte le mie composizioni erano troppo simili a musiche già esistenti, da cui inconsciamente avevo attinto a piene mani, ed ho deciso di smettere. E’ molto difficile oggi scrivere qualcosa di realmente originale, a causa della varietà e molteplicità di stili e linguaggi oggi presenti”.
Dopo aver rinunciato al “sogno” della composizione Roberto ha intrapreso la difficile strada concertistica. “Il primo concerto? – racconta – Avevo 11 anni quando mi esibii per la prima volta in pubblico, al di là dei saggi che svolgevo alla fine di ogni anno come alunno del Conservatorio. In quel caso si trattava del Concorso Bucchi, riservato a pianisti in erba. Eravamo una trentina ed io sono arrivato primo ex aequo con altri 5. Dai 18 anni, invece, i concerti sono stati regolari, anche perché la mia insegnante li considerava un ottimo banco di prova, insieme ai concorsi”. Dopo essersi diplomato presso il Conservatorio Ottorino Respighi di Latina nel 1994 e all’Accademia Pianistica di Imola con Petrushansky, Lonquich e Scala, si è perfezionato presso la International Piano Foundation di Cadenabbia, sul lago di Como. In seguito alla vittoria di alcuni dei concorsi pianistici più importanti del mondo (“Casagrande” di Terni, “Mozart” di Salisburgo, “Micheli” di Milano) ha intrapreso un’intensa attività concertistica in numerosi Paesi dell’Europa, dell’Asia e dell’America ed esibendosi in alcuni dei teatri più prestigiosi (anche alla Scala di Milano, solista con l’orchestra Filarmonica della Scala). “Fino ad ora – continua il pianista – ho suonato in una quarantina di nazioni, sia da solo che come solista con orchestra. Ogni volta che tengo un concerto provo delle sensazioni diverse che dipendono dal mio stato d’animo, dalla musica che interpreto e dal pubblico che mi circonda. L’uditorio, infatti, è fondamentale: i concerti per me più belli non sono stati necessariamente quelli più importanti per la carriera, ma soprattutto quelli in cui si è creata una “corrispondenza” speciale con chi mi circondava. Mentre suono, infatti, riesco a percepire le emozioni, i respiri, i pensieri dei presenti: è così che la musica diventa comunicazione. Spesso mi è capitato di pensare di essere un “narciso”, perché invece di fare qualcosa di concretamente “utile” per gli altri, trascorro le mie giornate seduto a coltivare la mia passione, tentando di limare i miei difetti e di dare sempre più significato alle mie interpretazioni. Ma non è così, e questo l’ho capito quando ho suonato per i bambini di un orfanotrofio di Santiago del Cile: i loro occhi, il loro entusiasmo e la loro gioia è stata la risposta”. Oltre a suonare, Roberto ha tenuto anche conferenze e master class per numerose università straniere, tra cui la Pepperdine University di Los Angeles, la Georgetown University di Washington e la British Columbia University di Vancouver. “Due volte l’anno tengo dei corsi di pianoforte e musica da camera a Washington per gli studenti della Georgetown: cerco di spiegare che è importante far capire al pubblico la musica che si suona, senza mai smettere di ricercarne i significati più nascosti”. Innumerevoli sono i concerti che ha tenuto fino ad oggi, eppure Roberto non può insegnare nei Conservatori italiani. “Sembra paradossale – spiega – ma le graduatorie per le immissioni in ruolo e per le supplenze annuali nei Conservartori non sono state più aperte a chi non era incluso in quelle del ’96, nelle quali io non fui ammesso per “insufficienza di titoli artistici”. Al di là di questo, comunque, mi piacerebbe fare qualcosa di più per Latina, dove, peraltro, esiste un’importante attività musicale grazie al Campus Internazionale di Musica, istituzione con cui ho la fortuna di collaborare da anni. Anche se vi trascorro poco tempo, io sento di appartenere a questa città. Vorrei avvicinare i giovani alla musica, rendendola meno elitaria e trovare nuovi ambienti in cui poter suonare”. Nonostante i successi, Roberto non pensa che siano possibili e giuste le classifiche: “Non è facile fare confronti tra i pianisti e dire se uno è più bravo di un altro. In Italia ce ne sono almeno 100 di ottimo livello, ed ognuno fa scelte diverse di repertorio e interpretazione: alcuni prediligono la perfezione tecnica, altri perseguono l’originalità a tutti i costi. Io cerco prima di tutto di “dire la verità” suonando, senza effetti speciali o compiacimenti edonistici. Per fortuna sono riuscito a trovare un mio spazio nella vita musicale, forse anche perché sono disposto a rischiare: non eseguo solo il repertorio tradizionale, ma spesso alterno brani classici o romantici con composizioni contemporanee, tentando di accostare anche generi musicali molto diversi attraverso assonanze o dissonanze, così da rendere l’ascolto più vario e a volte sorprendente. Un autore a cui mi sono dedicato molto è Goffredo Petrassi, compositore fondamentale per la storia della musica del Novecento, che è stato anche argomento della mia tesi di laurea. Il mio cd con l’integrale delle musiche pianistiche di Petrassi, prodotto in collaborazione con il Campus di Latina, è stato registrato nei Giardini di Ninfa: a farmi compagnia c’erano solo la natura e il cinguettio degli uccelli! Proprio quest’anno si festeggia il centenario dalla nascita di Petrassi, ed il Campus sta organizzando un convegno che si svolgerà a Latina tra il 16 ed il 19 giugno, al quale avrò l’onore di partecipare come relatore”.
Che cosa ti dà la musica?
“La musica è una risorsa, è uno dei motivi per cui apprezzare la vita e coglierne il senso, poiché, superando ogni limite spazio-temporale, come la poesia, “vince di mille secoli il silenzio””.
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