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TRA LE NOTE 1 - Roberto Prosseda al Dal Verme
di Alberto Mattioli, 21 aprile 2006

Che a riscoprire molte musiche inedite di Felix Mendelssohn sia stato un pianista di Latina è un mistero gaudioso della musica «classica». Eppure è così. Il mendelssohnologo più accreditato del momento si chiama Roberto Prosseda, ha trent’anni, all’attivo due cd per la Decca con le sue scoperte (Mendelssohn discoveries è uscito l’anno scorso, Mendelssohn rarities oggi) e stasera alle 21 ne suona alcune al Dal Verme per le Serate Musicali (info: 02.29409724).

Prosseda, da dove sbucano questi Mendelssohn?
«Dagli archivi, soprattutto da quello conservato a Berlino. Ma ci sono manoscritti sparpagliati in mezzo mondo, comprese le biblioteche dei Paesi dell’Est, spesso poco accessibili. Il punto è che nella sedicente "Edizione completa" di Mendelssohn edita fra il 1874 e il 1877 dalla Breitkopf mancano molte pagine: o brani del tutto ignoti, o brani di cui si conosceva l’esistenza, ma che non sono mai stati pubblicati. Oltre a un’infinità di esercizi, canoni e così via. La Breitkopf, comunque, annuncia una nuova "Mendelssohn Ausgabe"».

Come ha scoperto gli inediti?
«Io ho da sempre la passione delle ricerche negli archivi. Per esempio, quando preparavo la mia integrale di Petrassi ritrovai una "Partita" che si credeva scomparsa. Per quel che riguarda Mendelssohn, tutto iniziò quando lessi su una rivista specializzata che esisteva un suo fondo a Berlino, che dopo la caduta del muro era diventato accessibile ».

Da qui è partita l’avventura; due dischi, tournée mondiali e così via...
«Anche una pagina intera sul "Wall Street Journal" e un programma in nove puntate, ogni mercoledì alle 16.30, alla Radio Vaticana. Diciamo che ci vorrebbero almeno tre concerti per suonare tutto, almeno tutto quel che vale la pena suonare, perché chiaramente non tutto è dello stesso livello. In ogni programma cerco di presentare almeno una prima esecuzione. A Milano, per esempio, ci saranno due prime europee. Tutti brani del 1820, scritti a 11 anni: tre Studi e un Andante».

Non è un po’ strano che sia stato un italiano a riportare alla luce queste pagine?
«Più che curioso direi incredibile, almeno visto da qui. Il punto è che in Germania Mendelssohn non interessa granché, per esempio molto meno di Weber. Certamente ha pesato l’ostilità antisemita prima diWagner, che diceva che la musica di Mendelssohn "puzzava di sinagoga", e poi del nazismo».

Proprio Mendelssohn, che si considerò sempre un prussiano e un luterano. Studiandone la musica, che idea si è fatto dell’uomo?
«Fu estremamente precoce. E’ noto il giudizio di Goethe, che aveva sentito sia Mozart che lui più o meno alla stessa età, sui 12 anni, e che disse che Mendelssohn aveva più talento. Quel che lo rovinò, se possiamo dire così, fu la sua mancanza di ambizione. Era un po’ troppo preoccupato di piacere a tutti, forse perché era un uomo fortunato e invidiato, che doveva farsi perdonare di essere nato ebreo e ricco».

A parte Mendelssohn, cosa suona e cosa le piacerebbe suonare?
«Continuo a portare avanti il mio discorso sul repertorio italiano del Novecento di cui, dopo l’integrale di Petrassi e Dallapiccola sono considerato uno specialista. Suono anche Mozart e tanto Chopin, di cui anzi mi piacerebbe tentare un’integrale ».

Dei Notturni finalmente incisi da Pollini cosa pensa?
«Che, come sempre nel caso di Pollini, sono estremamente rigorosi, coerenti e interessanti. Il mio Chopin, però, è diverso. Non voglio dire sentimentale vecchio stile, ma credo che la sua musica debba andare dritta al cuore».

Un pianista che le piace fra quelli morti?
«Ignazy Friedman, oggi davvero troppo dimenticato».

E fra i vivi?
«Grigory Sokolov, un artista assolutamente da riscoprire».

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