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Intervista a Roberto Prosseda.
di Angela Melito (La Nacion USA)

Quando e come nasce l’idea di unire musica e poesia in un'unica performance?
Nel comporre i programmi dei miei concerti cerco sempre di trovare un filo conduttore, un elemento che induca l'ascoltatore a scoprire aspetti nuovi e sorprendenti delle musiche proposte. E l'accostamento di testi letterari appropriati è un espediente particolarmente efficace in tal senso: agevola una percezione più completa e vissuta delle musiche ispirate a quei testi, ed anche la mia interpretazione spesso trae grandi vantaggi dall'ascolto delle parole che sono all'origine dei brani.
Ho cominciato a sperimentare programmi con la musica alternata alla poesia nel febbraio del 1999, in occasione di un concerto organizzato dall'Università di Bologna. Più recentemente, ho intensificato la realizzazione di simili progetti, soprattutto grazie all'incontro e alla collaborazione con uno dei più grandi interpreti della poesia italiana: Walter Maestosi. Proprio con lui sono stato a Mosca alcuni mesi fa per due concerti, uno dedicato a Liszt e Dante, l'altro a Leopardi e Chopin.

Petrarca, Dante e Liszt in Usa, Leopardi e Chopin in Russia: hai in programma altre esibizioni che si avvalgano della stessa formula?
Sì, con Walter Maestosi vogliamo esplorare altre sfaccettature del rapporto poesia/musica partendo dai testi di altri poeti italiani, come Pascoli, Monti, Quasimodo, Ungaretti, Montale. Abbiamo anche in repertorio un concerto dedicato alla vita di Chopin, raccontata (oltre che dalle sue musiche) dalle sue stesse lettere e dai testi di George Sand.

Sei stato spesso in America non solo come concertista ma anche come relatore in una serie di seminari per alcune delle università più prestigiose del paese: qual è il tuo rapporto con gli Stati Uniti? Secondo la tua esperienza ci sono differenze rilevanti nell'approccio verso il mondo della musica classica tra questi ultimi ed il nostro paese?
Sono sempre stato molto soddisfatto delle mie collaborazioni con le università americane. Dalle mie personali esperienze, mi sembra che negli Stati Uniti, rispetto all'Italia, ci sia una maggiore apertura verso artisti provenienti dall'estero, anche se non ancora celeberrimi. C'è anche molta curiosità nei confronti di culture diverse, c'è la voglia di confrontarsi con realtà e punti di vista differenti, e ciò mi sembra molto importante per offrire agli studenti una visione ampia e multiforme delle cose. Forse questa maggiore apertura è legata al fatto che le università abbiano maggiore indipendenza e capacità produttiva rispetto a quelle italiane.
Tengo a sottolineare che sono particolarmente contento del rapporto che si è creato con il dipartimento di Performing Arts della Georgetown: durante questa residenza ho avuto modo di lavorare con studenti particolarmente ricchi di entusiasmo ed assetati di arte e cultura, con i quali si è istaurato anche un bellissimo rapporto umano. Ho appena saputo che tornerò regolarmente ad insegnare alla Georgetown anche durante residenze più lunghe, e ne sono particolarmente felice.

Quali sono le possibilità per un giovane concertista in Italia? Il governo supporta lo studio della musica ed aiuta i giovani talenti a sviluppare le loro potenzialità attraverso l'erogazione di borse di studio? Vi sono sovvenzioni provenienti da organizzazioni private?  
A questo proposito distinguerei due aspetti che caratterizzano la vita di un giovane concertista: la formazione e gli sbocchi professionali.
Per quanto riguarda la formazione, in Italia non mancano eccellenti scuole per i giovani concertisti. Si tratta di fondazioni e istituzioni private, che in alcuni casi si avvalgono anche di finanziamenti pubblici locali o statali. Io ho avuto la fortuna di studiare nel mio Paese con alcuni tra i più grandi insegnanti del mondo senza spendere quasi nulla, grazie alle borse di studio offerte dalle stesse Accademie o Fondazioni che ho frequentato (Accademia "Incontri col Maestro" di Imola, "International Piano Foundation" di Cadenabbia).
Per quanto riguarda gli sbocchi professionali per un giovane concertista in Italia, la situazione è difficile. Vi è una grande sproporzione tra il numero di musicisti dotati di talento e le reali possibilità di "sfondare" nella vita concertistica. E in questo caso, se non c'è l'aiuto di qualche personalità molto influente (come un importante direttore d'orchestra) o di uno sponsor disposto ad investire grosse somme, il giovane aspirante concertista rischia di non avere occasioni per lavorare. Una valida alternativa è rappresentata dai concorsi, che se non altro, almeno in teoria, sono accessibili a tutti. Ma non sempre i vincitori sono i più adatti alla vita concertistica. Spesso vincono coloro che propongono le interpretazioni più neutre, in grado di conciliare i gusti eterogenei di una giuria. A decidere il successo a lungo termine, invece, sono i direttori artistici delle grandi istituzioni, e per essere notati ed apprezzati da loro non basta avere in tasca un primo premio.  È più importante offrire qualcosa di nuovo, sia dal punto di vista interpretativo, sia nel repertorio, così da ritagliarsi un proprio spazio, che consenta di distinguersi da tutti gli altri musicisti. Purtroppo questo non lo insegna nessuna Accademia, e credo che ognuno debba trovare una propria dimensione artistica, in base alla propria individualità e alle proprie preferenze stilistiche, e comunque affrancandosi da influenze troppo forti di questa o quella "scuola". In fin dei conti, il pubblico sa ancora apprezzare le personalità in grado di trasmettere contenuti profondi e di verità, ossia sa distinguere tra una copia (di un'interpretazione altrui) e un originale.

Se ne hai conoscenza, qual è la situazione in America a tal proposito?
In America la situazione è diversa per quanto riguarda l'educazione musicale: la formazione è affidata esclusivamente ad istituzioni private, di solito annesse ai Colleges e alle Università. Differentemente da quanto accade nei conservatori italiani, ogni scuola seleziona il corpo docente indipendentemente, di solito basandosi su esempi tangibili (saggi di lezione, audizioni). Non a caso, gran parte dei migliori insegnanti di musica del mondo sono professori presso Università americane, le quali peraltro incoraggiano l'attività concertistica dei propri docenti. Ma c'è da dire che, da quanto ho saputo da miei colleghi, i costi delle lezioni in America sono generalmente molto alti, a meno che non si riescano ad ottenere borse di studio. So che ce ne sono di vari tipi, offerte sia dalle stesse università, sia da enti e organizzazioni esterne, anche dal governo italiano.

Per quanto riguarda gli sbocchi professionali, anche in America vale lo stesso discorso: ci sono troppi talenti (in gran parte orientali o comunque stranieri) rispetto alle opportunità, per cui per riuscire ad intraprendere una carriera non basta esser bravi, bisogna anche trovare una propria peculiarità.

Interprete di grande talento, critico musicale, speaker radiofonico: come riesci a gestire tutti questi impegni e quali sono i tuoi progetti in ognuno di questi campi?    
Tengo a precisare che la mia attività principale è quella di pianista. Tutte le mie altre occupazioni rientrano nell'esigenza di esplorare ed approfondire la mia ricerca musicale, e a volte mi è utile anche mettere per iscritto alcune particolari idee interpretative o alcune "scoperte" musicologiche. Saltuariamente  mi è capitato di scrivere saggi e recensioni discografiche, e nel 2001 ho accettato anche la proposta di realizzare un ciclo radiofonico in dodici puntate sulla musica pianistica italiana contemporanea, prodotto e trasmesso da Radio InBlu. E' stata un'esperienza da cui ho imparato molto, e grazie ad essa ho avuto l'occasione di conoscere meglio molti compositori di oggi, con alcuni dei quali ho anche intrapreso una gratificante collaborazione, eseguendone spesso le musiche pianistiche in concerto (Aldo Clementi, Ivan Fedele, Ada Gentile, Luca Lombardi, Nicola Sani, Alessandro Solbiati).

Sei molto impegnato nella diffusione della musica pianistica contemporanea con particolare attenzione per gli autori italiani: qual è la considerazione di cui gode il genere contemporaneo in Italia e quali problemi comporta la sua valorizzazione?
A mio avviso non esiste più un unico "genere contemporaneo", poiché oggi, più che nel passato, assistiamo ad una continua frammentazione e contaminazione dei vari linguaggi e stili musicali, che non è semplice, peraltro, schematizzare in generi diversi e separati. Può accadere che alcune correnti compositive siano più apprezzate negli ambienti accademici, e che altre abbiano però un maggiore successo commerciale. Inoltre, le esigenze del mercato discografico e le strategie di promozione pubblicitaria, basate spesso più sull'immagine che sul reale valore artistico, tendono a limitare la diffusione della musica d'oggi ad una porzione minima, e non sempre sufficientemente rappresentativa, del variegato panorama musicale contemporaneo. Ciò non vale solo per l'Italia, ma per tutti i paesi occidentali, in ognuno dei quali, comunque, la fama di ciascun compositore può variare sensibilmente. È singolare, ad esempio, che alcuni autori contemporanei italiani siano molto più celebri all'estero che non in patria. Il caso più eclatante è quello di Giacinto Scelsi, considerato tra i più importanti autori del Novecento in Francia e Germania, e pressoché sconosciuto in Italia, anche dagli stessi musicisti. Spesso sono gli interpreti che contribuiscono fortemente alla fama ed al successo dei compositori. Per me è quindi altamente gratificante la possibilità di diffondere attraverso i miei dischi e concerti il lavoro di autori ingiustamente dimenticati, o non ancora sufficientemente conosciuti. Mi sembra un'importante responsabilità ed un dovere culturale che tutti i miei colleghi dovrebbero considerare.
Eseguire brani contemporanei mi aiuta anche a riscoprire quanto di moderno ci sia anche negli autori del passato, ed a trovare sorprendenti somiglianze con musiche scritte in epoche molto lontane: spesso le alterno a quelle più recenti per creare affascinanti cortocircuiti percettivi. Così cerco di sfatare il pregiudizio di chi considera la musica contemporanea di difficile comprensione, priva di calore espressivo e di contenuti emozionali. Secondo me, salvo eccezioni, è esattamente il contrario, e sta a noi interpreti dimostrarlo. Per questo mi dedico ai brani contemporanei con lo stesso impegno, approfondimento ed immedesimazione che abitualmente riservo allo studio degli autori classici e romantici.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?
Ci sono compositori che rappresentano per ogni musicista (non solo per i pianisti) un riferimento imprescindibile: Bach, Mozart, Beethoven, Schubert, Schumann, Chopin, Brahms. Credo che tutte le musiche scritte dopo di loro non sarebbero potute esistere senza il  background costituito dai loro capolavori.
Al di là di questo, ci sono autori che eseguo più spesso poiché in questo momento sento una particolare affinità con la loro musica: si tratta di Schubert e Chopin. Ed intendo approfondire ancora di più la loro poetica, allargando il mio repertorio ad altre loro composizioni, anche quelle da camera. Inoltre suono molto spesso le musiche di Petrassi e Dallapiccola (di entrambi ho inciso l'integrale pianistica, rispettivamente per la Fonè e per la Naxos), che ritengo i due più importanti autori italiani di musica strumentale del Novecento. Proprio quest'anno, tra l'altro si festeggia il centesimo anniversario della loro nascita, anche se, paradossalmente, mi capita di eseguire le loro musiche molto più all'estero che in Italia. Di essi ho in programma due concerti  monografici con il ContempoTrio, una formazione che abbiamo voluto creare esplicitamente per promuovere il repertorio cameristico italiano del Novecento.

Quali sono i progetti del ContempoTrio?
Oltre ai due programmi dedicati rispettivamente a Petrassi e Dallapiccola, con il ContempoTrio ho recentemente suonato ed inciso alcune musiche di Fabio Vacchi, che saranno pubblicate prossimamente in un cd monografico della Arts. Inoltre spesso proponiamo concerti in cui i lavori contemporanei sono alternati a musiche romantiche, secondo il principio di cui parlavo a proposito dei miei programmi di recital.
La mia attività cameristica comprende inoltre un altro trio con il violinista Domenico Nordio e il clarinettista Fabrizio Meloni. Debutteremo il prossimo 20 giugno al Quirinale, in diretta su Radiotre, e nella prossima stagione terremo numerosi concerti per alcune delle più importanti società italiane, tra cui gli Amici della Musica di Firenze, le Serate Musicali di Milano, l'Accademia Chigiana di Siena, l'Unione Musicale di Torino.
Il mio prossimo impegno cameristico è il 25 maggio al Festival Pianistico Internazionale di Bergamo e Brescia, in cui eseguirò i quintetti di Schumann e Dvorák con Domenico Nordio, Alberto Martini, Luca Ranieri e Alban Gerhardt.

Oltre alla musica classica quali sono le tue preferenze?Ci sono altri generi che stimolano il tuo interesse?
Sì, per esempio il jazz, in particolare quello di Miles Davies, Duke Ellington, Michel Petrucciani. Trovo che  i jazzisti abbiano una particolare energia ritmica ed una grande libertà esecutiva, di cui c'è sicuramente bisogno anche per l'interpretazione della cosiddetta "musica classica". Ultimamente mi sto interessando anche alla musica indiana: ha una sorprendente complessità ritmica, unita ad un'affascinante concezione contemplativa che ha ispirato diversi autori contemporanei. Oggi viviamo in un mondo in cui le diverse culture tendono ad una progressiva integrazione, che io considero certamente positiva: di solito ciò non comporta una perdita di individualità, ma, anzi, determina un prezioso, reciproco arricchimento.

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