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SU ALICIA DE LARROCHA (2009)

La grande pianista spagnola Alicia de Larrocha è morta lo scorso 26 settembre in un ospedale di Barcellona, all’età di 86 anni. La sua fama è legata soprattutto alle inarrivabili incisioni di musiche di autori spagnoli, in particolare Goyescas di Granados e Iberia di Albéniz: opere che grazie a lei sono entrate a far parte del repertorio di molti pianisti.

Nata a Barcellona nel 1923, studiò nella sua città con il pianista inglese Frank Marshall, allievo di Granados. Sin da piccolissima mostrò incredibili doti musicali: pare che a due anni fosse già in grado di suonare ad orecchio la Primavera di Grieg! La sua carriera, però, non ha nulla a che vedere con quella di un enfant prodige. Dopo i precoci debutti in recital a 5 anni e con orchestra a 11 anni, infatti, Alicia proseguì gli studi pianistici con Marshall e, a parte sporadiche tournées all’estero, sino all’età di quarant’anni si dedicò molto all’insegnamento e alla famiglia. Nel 1958 sposò il collega pianista Juan Torra, da cui ebbe i suoi due figli, e in quel periodo realizzò alcune incisioni per l’etichetta iberica Hispavox. Fu proprio dopo aver ascoltato la sua registrazione di Iberia che il potente manager Herbert Breslin decise di lanciarla a livello mondiale, organizzando il suo debutto con la New York Philharmonic nel 1965 e procurandole un contratto con la Decca. Da allora è stata considerata la più grande interprete della musica spagnola per pianoforte.

Ma la sua statura artistica è evidente anche nelle sue incisioni dei Concerti e delle Sonate di Mozart, in cui l’esemplare chiarezza  dell’articolazione e la varietà delle sfumature del suo fraseggio sono tuttora un modello di freschezza espressiva e di equilibrio stilistico. Lo stesso si può dire della sua registrazione dei Concerti di Beethoven (con l’Orchestra della Radio di Berlino e Riccardo Chailly, 1986): non un pianismo dimostrativo e retorico, ma un eloquio nobile, basato sul limpido fluire del discorso e su una finissima gradazione delle mezzetinte. Ciò che colpisce della personalità di Alicia de Larrocha è proprio la naturalezza del suo approccio, la priorità della musica su ogni altra esigenza esteriore: mai un gesto superfluo, mai un “trucco” per attirare la simpatia del pubblico. Spesso, ascoltandola dal vivo, sembrava che lei non si accorgesse neanche della presenza del pubblico in sala. E invece il suo atteggiamento non era che la conseguenza di una intensa concentrazione sulla musica, per far sì che essa si esprimesse con la massima purezza, senza alcun tipo di interferenza esterna. Forse proprio per questo Alicia è riuscita a superare anche i limiti fisici imposti dalla sua mano, che era molto piccola: eppure è difficile crederlo, se si ascoltano i suoi dischi del Primo Concerto di Liszt, del Terzo di Rachmaninoff o del Secondo di Brahms, risolti con una sonorità sempre piena e rotonda, mai aggressiva.

Con Alicia de Larrocha perdiamo quindi una delle ultime grandi pianiste, testimoni di un modo di intendere la musica e il pianoforte in cui la forza delle idee e della poesia era superiore a qualunque altra esigenza di vacuo virtuosismo o di spettacolarizzazione mediatica.  Un modello più che mai indispensabile per le nuove generazioni.

 

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