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Giornale della Musica - Wed, April , 2009
Lieder ohne Worte

di solito traduciamo 'Romanze senza Parole', per avvicinarci al senso acquisito dal termine 'Lied' nel corso dell’Ottocento; ma questa bella incisione di Roberto Prosseda, a duecento anni precisi dalla nascita di Felix Mendelssohndi solito traduciamo 'Romanze senza Parole', per avvicinarci al senso acquisito dal termine 'Lied' nel corso dell’Ottocento; ma questa bella incisione di Roberto Prosseda, a duecento anni precisi dalla nascita di Felix Mendelssohn (1809), viene a sottolineare proprio la presenza tenace di un tipo di canto cameristico, sfumato e segreto, mai sopra le righe: liederistico, appunto. C'è nella lettura di Prosseda una leggerezza capricciosa che rimanda subito al Mendelssohn
fiabesco, evocatore di sogni e spiritelli: certi staccati rapidi (op. 30 n. 2, n. 4) hanno la plasticità nervosa del galoppo del re degli elfi; i 'canti di gondolieri' (che tanto avevano attratto e deluso il compositore ai tempi del viaggio in Italia) rivivono di una malinconia senza tempo, in cui il canto sembra giocare a nascondino con le linee secondarie. Un caso per tutto è l'op. 30 n. 5, con le striature impronunciabili del basso giustamente più in rilievo della normale linea melodica; altre occorrenze esemplari di questa ritrosia del canto a stare in primo piano sono evidenti in pagine come l'op. 38 n. 3 o n. 6, che Prosseda mantiene allusive e piene di mezze tinte. Il riascolto dell'intera collezione di Lieder ohne Worte evidenzia assonanze schubertiane (op. 38 n. 4), punti di contatto con Schumann, persino qualche idea che pote' arrivare forse alle orecchie di Verdi e, più diffusamente, una tenera malinconia, quasi nostalgia di paradisi perduti, forse di quella musica d'elfi sempre latente.


Elisabetta Fava

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