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Cittanuova - Tue, January , 2008
Mendelssohn senza ruga (Concert Review: Rome, 18/12/07)

un autentico con-certo, dove autore e interprete si sono fusi in una sola voce.
Quasi il pubblico non oserebbe applaudire, tanta è la pregnanza del momento.
Ma poi, giustamente, esplode.

Concerto n. 3 in mi min. per pianoforte e orchestra. Roma, Accademia Nazionale Santa Cecilia.
Roberto Prosseda è uno specialista, anzi un conoscitore amoroso di Mendelsshon. La sottolineatura è d'obbligo perché il giovane pianista di Latina, ormai noto a livello internazionale come un acuto interprete del compositore tedesco, possiede una qualità non sempre presente nei concertisti: l'amore. Tecnica, studio, celebrità possono infatti - e lo si constata in diverse giovani e meno giovani star dell'universo concertistico - cristallizzare la interpretazione in una sorta di edificio perfetto, ma di vetro.
Così che la musica ne esce come un gioiello lavorato nei dettagli, rilucente, ma la sua luce è fredda e, se colpisce il pubblico, è più per lo stupore, la meraviglia di una esibizione disumana che per una comunicazione d'anima, quale in fondo dovrebbe essere l'esito di un concerto.
Tutto ciò non avviene, per fortuna, con Prosseda.
Elegante, è concentrato nel brano con un grande dominio di sé stesso. Ma l'anima vibra estremamente palpitante lungo la tastiera, così che il Terzo concerto di Mendelsshon - anni 1842- 1844 -, per quanto incompiuto, specie nel Finale (ora ricostruito dagli abbozzi da Marcello Bufalini) si dipana nella sua luminosità chiara, solare e serena, com'è del musicista di Amburgo. Il romanticismo mendelsshoniano infatti è una visione felice dell'essere al mondo, equilibrata e cantabile, ricca di colori.
Il concerto si avvia su un tema deciso dell'orchestra, ma poi sfuma in delicatezze del pianoforte che chiamano la massa orchestrale, ondeggiando fra la dimensione ritmica e quella cantabile. Esse dialogano, si contrastano, si fondono. Prosseda sciorina con scorrevolezza le note, le quali brillano in punta di luce, ferme e leggere. L'Andante - secondo tempo - vede l'anima lirica del compositore alzarsi in melodie pure che, adornate con eleganza, si disperdono poi poeticamente in echi e sussurri.
Sembra che questo sia un musicista immacolato, privo di alcun dubbio, invaso soltanto dalla luce, e Prosseda - questa è la meraviglia del pubblico - appare diventato simile a lui, tanta è la bellezza controllata del suono, l'armonia del rapporto con l'orchestra: la mancanza di una ruga ancorché minima.
È rapido il Finale, data la sua incompletezza nel manoscritto originario, ma all'ascoltatore è sufficiente quanto già udito per avere la sensazione di trovarsi di fronte ad un autentico con-certo, dove autore e interprete si sono fusi in una sola voce.
Quasi il pubblico non oserebbe applaudire, tanta è la pregnanza del momento.
Ma poi, giustamente, esplode. L'Ouverture dal Fidelio beethoveniano e il poema sinfonico di Richard Strauss Vita d'eroe hanno incorniciato Mendelsshon, ben diretti da Marc Albrecht, con l'orchestra ceciliana sempre puntuale.


Maro dal Bello

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